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"Colui che conosce gli altri è sapiente; colui che conosce se stesso è illuminato. Colui che vince un altro è potente; colui che vince se stesso è superiore."

Lao Tsu

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Il jo è un bastone fatto di legno di quercia (perciò ben resistente, di sobria flessibilità e leggero), rotondo, dritto, con le estremità piatte, lungo 128 cm e spesso 2,4 cm. Non avendo dunque parti taglienti né capi acuminati, un tal bastone può operare come arma solo esercitando un urto possente che picchia bruscamente e con elevata precisione un conveniente bersaglio scelto sul corpo dell’avversario (plesso solare, sommità del cranio, radice del naso, lati della testa o del tronco, ed altro): quando colpisce con una delle sue piatte estremità, il bastone percorre traiettorie lineari come fosse una lunga baionetta (yari), senza però penetrare nel bersaglio; ma può anche spazzar via l’avversario o, meglio, infliggergli gagliarde percosse di lato, quasi si trattasse di un’alabarda (naginata); molto spesso poi si abbatte dall’alto o sale impetuosamente dal basso al modo di una spada (tachi).

Ma l’uso del bastone non si limita a questi atti ostili; infatti comprende anche e soprattutto parate, bloccaggi, coperture, deviazioni, spinte, minacce: vale a dire, copiose e svariate misure difensive ed evasive da precisi e mirati attacchi. In conclusione, il bastone è un’arma da impatto o, come suol dirsi, da botta: un’arma che nelle mani di un esperto dismette la sua mediocre esteriorità, acquistando un travolgente impeto che deflette con facilità un colpo di spada o che, con una botta ben assestata, riduce in pezzi una lama metallica; ma è pure una terribile arma che può diventare messaggera del tremendo e del raccapricciante, in quanto può anche uccidere.

Seppur non manchino colpi veementi condotti al meglio con una sola mano, il bastone è governato per lo più con le due mani che rapidamente scorrono per l’intera sua lunghezza, mantenendo una stretta leggera e muscoli rilassati; e sono presenti anche veloci passaggi dalla presa con due mani a quella con una sola e viceversa, a cominciare sia dalla parte destra che dalla parte sinistra del corpo. A seconda poi del punto in cui viene afferrato il bastone, varia la distanza (ma-ai) di combattimento: che può essere breve così da permettere d’avvicinarsi il più possibile all’avversario per colpirlo con facilità e potenza; o lunga, per tenerlo a bada.

Ma il jodo è più che questo. La rappresentazione non è completa se a quanto detto non si aggiunge un suo principio fondante ma nascosto (che sembra condividere con l’aikido) e che può essere racchiuso in una parola: astensione o, forse meglio, rinuncia; rinuncia alla prevaricazione ed alla volontà di potenza. Infatti, pur applicando con verità il jodo, è sempre possibile sconfiggere un avversario senza ucciderlo o senza procurargli gravi danni fisici: basta modulare l’energia dell’urto in modo da non rendere letale l’impatto o, in alternativa, dirigere i colpi del bastone verso bersagli non troppo sensibili; una tattica questa che ovviamente non può valere per le armi taglienti, come la spada o il pugnale.

 

Tratto dal sito www.aikizennokai.com

 

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